venerdì 10 luglio 2009

Populorum progressio

Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo

“Il legame tra la Populorun progressio e il Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una pre - conciliare e una post-conciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. E’ giusto rilevare le peculiarità dell’una e dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno e dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale. Coerenza non significa chiusura in un sistema, quanto piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono. Ciò salvaguarda il carattere sia permanente che storico di questo “patrimonio” dottrinale che, con le sue specifiche caratteristiche, fa parte della Tradizione sempre vitale della Chiesa. La dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani. Tale dottrina si rifà in definitiva all’Uomo nuovo, all’’ultimo Adamo che divenne spirito datore di vita’ (1 Cor 15,45) e che è principio della carità che ‘non avrà mai fine ’ (1 Cor 13,8). E’ testimoniata dai Santi e da quanti hanno dato la vita per Cristo Salvatore nel campo della giustizia e della pace. In essa si esprime il compito profetico dei Sommi Pontefici di guidare apostolicamente la Chiesa di Cristo e di discernere le nuove esigenze dell’evangelizzazione. Per queste ragioni la Populoroum progressio, inserita nella grande corrente della Tradizione, è in grado di parlare ancora a noi, oggi” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 12).

Il corretto punto di vista della rilettura della Populorun progressio è quello della Tradizione della fede apostolica

Occorre rimanere fedeli, in continuità dinamica, al messaggio di carità e di verità, patrimonio antico e nuovo, fuori del quale sarebbe un documento senza radici e le questioni dello sviluppo si ridurrebbero a dati sociologici.

La pubblicazione avvenne immediatamente dopo la conclusione del Concilio Vaticano II cioè nel 1987, due anni dopo. La stessa Enciclica segnala, nei primi paragrafi, il suo intimo rapporto con il Concilio. Giovanni Paolo II, vent’anni dopo cioè nel 1987, nella Sollicitudo rei socialis sottolineava, a sua volta, il fecondo rapporto di quella Enciclica con il Concilio e, in particolare, con la Costituzione pastorale Gaudium et spes. Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, pure sottolinea l’importanza del Concilio Vaticano II per l’Enciclica di Paolo VI e per tutto il successivo Magistero sociale dei Sommi Pontefici. Il Concilio approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della fede, ossia che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è al servizio del mondo in termini di amore e di verità. Il cristianesimo moderno, però, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza, in non pochi casi perché impedito anche da divieti e da persecuzioni o quando la presenza pubblica della Chiesa è ridotta unicamente alle sue attività caritative. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Proprio da revisione teologico pastorale partiva Paolo VI per comunicarci due grandi verità.

- La prima è che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo, con un orizzonte di speranza terrena e ultraterrena. Essa ha quindi un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività di assistenza e di educazione, ma rivela tutte le proprie energie a servizio della promozione dell’uomo e della fraternità universale quanto può valersi di un regime di libertà. Nei confronti dell’enciclica del suo predecessore, Benedetto XVI ha una posizione analoga a quella assunta nei confronti del Concilio Vaticano II: essa è in grado di parlare ancora a noi, oggi, solo se “inserita nella grande corrente della Tradizione” e quando e dove la Chiesa non venga ridotta unicamente alle sue attività caritative. Nella Caritas in veritate afferma che la “carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (1) e costituisce “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” (2). Essa “è il principio non solo delle micro- realizzazioni (rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo), ma anche delle macro – relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (2). Ma per raggiungere questo scopo occorre che la carità si radichi nella verità, perché “un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (n. 4). La dottrina sociale della chiesa è dunque “caritas in veritate in re sociali”: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina “è servizio della carità ma nella verità” (n. 5) “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario” (n. 3).

- La seconda verità è che l’autentico sviluppo di ogni uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione. Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro. Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere; l’umanità perde così il coraggio di essere disponibile per i beni più alti, per le grandi e disinteressate iniziative sollecitate dalla carità universale. L’uomo non si sviluppa con le sole proprie forze, né lo sviluppo può essere semplicemente dato dall’esterno. Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire all’umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è riposta un’eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l’obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione e, quindi, comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti: senza uomini giusti, retti, amanti, anche pochi di numero per i molti e quindi per tutti non è possibile progredire. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente di ogni persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto – salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato. D’altronde, solo l’incontro con Dio permette di non “vedere nell’altro sempre e soltanto l’altro”, ma di riconoscere in lui l’immagine divina, giungendo così a scoprire veramente l’altro e a maturare un amore che “diventa cura dell’altro e per l’altro”.

L’interpretazione della Populorun progresso in rottura con la Tradizione Apostolica ha ridotto l’enciclica a un documento senza radici e le questioni dello sviluppo ridotte a dati sociologici non più in grado di parlare a noi, oggi

Con il sorgere, con la rivoluzione borghese del 1789, della cosiddetta “questione sociale” e con essa una serie di nuove dottrine, come il liberalismo e il socialismo, è sorto un secolo di dibattiti anche nel pensiero cattolico. L’enciclica “Rerum novarum” (1891) di Leone XIII, considerata la prima risposta cattolica a tali sfide, è in realtà l’approdo di un ampio dibattito che vede confrontarsi due scuole di economisti e sociologi cristiani. I primi sostengono che la questione sociale va affrontata innanzitutto alla luce del primato della virtù teologica della carità, come in continuità dinamica è avvenuto in tutta la Tradizione apostolica; i secondi invece affermano il primato della virtù morale della giustizia.

“Delle due posizioni - come analizza Roberto De Mattei nel Foglio del 10 luglio 2009 – discendono inevitabili conseguenze. Il primato della giustizia porta a enfatizzare il ruolo dello stato come soggetto chiamato a regolare la vita pubblica, attribuendo a ciascuno il suo. Il primato della carità porta invece a sottolineare il ruolo di ogni singola persona, come attore decisivo di ogni relazione sociale. Ne conseguono nel primo caso lo stato pianificatore, tendenzialmente socialista; nel secondo, la tutela del mercato, della proprietà privata, della libera impresa”.

Come è proprio della Tradizione cattolica dell’e…e…non dialettico la soluzione adombrata dalla “Rerum Novarum è la tensione per una sintesi tra giustizia e carità, con prevalenza di quest’ultima, secondo la bella formula di Giuseppe Toniolo: “Chi più può, più deve; chi meno può, più riceve”. La carità cioè l’amore trinitario che ci raggiunge facendo accadere il Regno di Dio è essenzialmente il dono gratuito di sé e di ciò che si possiede: “La carità – Benedetto XVI al n. 6 – eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire il “mio” all’altro; ma ciò non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere del suo operare”.

L’interpretazione sociologica della “Populorum progressiodi Paolo VI, rovesciando, rompendo con la Tradizione del pensiero della Chiesa, accentuò il primato della giustizia e in questo orizzonte interpretando il giudizio negativo sul capitalismo liberale (n. 26), la critica sul “libero scambio senza regole” (n.58), l’auspicio della programmazione e della pianificazione (n. 33), richiamando l’ipoteca sociale della proprietà privata e della distribuzione dei redditi (nn. 23 – 24), e affermando che la promozione umana cioè l’impegno per il progresso, per il lavoro, la “solidarietà mondiale” si identifica con la nuova evangelizzazione (nn. 58 – 59).

In un orizzonte teologico pastorale Benedetto XVI fa giustizia del pensiero di Paolo VI abbinando la Populorum progresso con l’Humanae vitae e soprattutto con l’Evangelii nuntiandi e ripropone in termini nuovi il rapporto tra giustizia e carità, sviluppando i paragrafi 26 – 31 della Deus caritas est. La giustizia non è una via alternativa o parallela alla carità, ma è inseparabile da essa (n. 6). Tuttavia “la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire delmio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare” (n. 6). In questo senso, al concetto di carità si collega quello di dono. “La carità è amore ricevuto e donato” (n.5). Nella giustizia rendiamo al prossimo ciò che è suo, mentre nella carità gli doniamo ciò che è nostro.

“Nei confronti dell’enciclica del suo predecessore – sempre di Roberto De Mattei -, Benedetto XVI ha una posizione analoga a quella assunta nei confronti del Concilio Vaticano II: essa va recuperata interpretandola alla luce della Tradizione. Il Papa sottolinea come la “Populorun progressio” è in grado di parlare ancora a noi, solo se “inserita nella grande corrente della Tradizione” (n. 12).

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