sabato 4 luglio 2009

In attesa dell’Enciclica “Caritas in veritate”

In attesa dell’Enciclica “Caritas in veritate”

“Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone.

Conseguenza di quanto detto è che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione; non è mai compito semplicemente concluso. Ogni generazione, tuttavia, deve recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l’uso retto della libertà umana e diano così sempre nei limiti umani, una certa garanzia per il futuro. In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe stato redento mediante la scienza , sbagliavano. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa…In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava essere diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero “regno di Dio”. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno. Essa era in grado di mobilitare – per un certo tempo – tutte le energie dell’uomo; il grande obiettivo (prima la rivoluzione borghese e poi la controrivoluzione proletaria) sembrava meritevole di ogni impegno. Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano…D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti” (Benedetto XVI, Spe salvi, nn. 24-25).

Il Foglio di sabato 4 luglio 2009 ha anticipato i numeri 34 e 35 dell’Enciclica, che sembrano il cuore di tutto il documento. Noi ci riferiamo al 34 rapportandolo alla Spe salvi nei numeri 24 – 25. Innanzitutto, come è proprio della fede cattolica, fede e ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano contempla la carità nella verità ponendo ogni uomo nel suo essere davanti alla stupefacente esperienza di dono: la verità del suo essere dono gratuito del Donatore divino che è amore. La gratuità è un dato originario presente nella vita in molteplice forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza che oscurano la ricerca razionale del vero, del bene, del Donatore divino e quindi le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana. Così il Donatore divino del proprio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che ci circonda cioè la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza sulla propria origine e sul proprio destino rimane eluso dalla cultura secolarizzata e dalla vita pubblica e quindi la verità del proprio e altrui essere dono diventa difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale , per così dire la verità dell’essere dono sembra superflua ed estranea. Ma senza l’evidenza della verità avviene una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, capovolgendo il punto di partenza della cultura moderna, che era rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà. In questo tipo di cultura l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso non solo a livello personale ma anche sociale, economico, politico, oggi globale. Questa cultura, contrassegnata da una profonda carenza, evidenzia pure un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Ogni essere umano, nella verità del suo essere dono del trascendente Donatore divino è fatto per donarsi, per il dono, che ne esprime e attua l’origine e la destinazione trascendente. Talvolta, l’uomo moderno, è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della vita e della società. E’ questa autoreferenza individualistica, questa una presunzione aureferenziale individuale anziché relazionale come persona ad immagine delle Persone divine, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, “ discende – per dirla in termini di fede osserva Benedetto XVI ma che rende ragione del male nella storia umana –dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società”. Come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al. N. 407 “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi”. E Benedetto XVI osserva che all’elenco dei campi in cui si manifestano gli perniciosi effetti del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello dell’economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire ad eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale senza amore e senza misericordia pur ricchi e potenti, come ai tempi dei romani. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà di ogni persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano. Rifacendosi alla Spe salvi Benedetto XVI ricorda che la fede, la speranza cristiana è una potente risorsa anche a livello sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà forza di orientare la volontà verso il bene, verso il farsi dono. La speranza per il bene terreno ed eterno è già presente nella fede, da cui è suscitata e aiuta a trovare la via verso il futuro. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra anima quale segno della presenza del Donatore divino del nostro e altrui essere come di tutto l’universo che ci circonda e della continua attesa nei nostri confronti. La ricerca della verità e del bene, che al pari della carità, è dono, è più grande di noi. Anche la verità del nostro essere dono, della,nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. Ogni conoscenza vera è un avvenimento per ogni io umano perché la verità cioè la realtà in tutti i fattori non è prodotta da noi ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore “non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano” (Deus caritas est, 3).

Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna ogni oltre divisione, presente come desiderio e attesa originaria in ogni io umano, nasce dalla con – vocazione della parola di Dio – Amore. Nell’affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono, comprensibile originariamente e accessibile a tutti gli uomini, non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità.

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