giovedì 2 luglio 2009

Il Sacerdote 1

Il sacerdote è in Cristo, per Cristo e con Cristo a servizio degli uomini

“Alter Christus, il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso forma di servo, è diventato servo (Fil 2,5-11). Il sacerdote è servo di Cristo, nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo ontologicamente (cioè nel suo essere, per sempre), assume un carattere essenzialmente relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo a servizio degli uomini. Proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando in questa progressiva assunzione della volontà di Cristo, nella preghiera, nello “stare a cuore a cuore” con Lui. E’ questa allora la condizione imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la partecipazione all’offerta sacramentale dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa” (Benedetto XVI, Catechesi, 24 giugno 2009).

In un mondo in cui la visione comune della vita (cultura) comprende sempre meno il fondamento dell’essere cioè della verità, del sacro, al posto del quale, in modo dittatoriale la “funzionalità” diviene l’unica decisiva categoria, la concezione cattolica del sacerdozio potrebbe rischiare di perdere la sua naturale considerazione, talora anche all’interno della coscienza ecclesiale.

Non di rado, sia negli ambienti teologici, come pure nella concreta prassi pastorale e di formazione del clero, si confrontano e talora si oppongono due differenti concezioni del sacerdozio.

Da una parte l’ordinazione presbiterale unisce a Cristo sommo sacerdote; essa non è soltanto dono di grazia per il buon esercizio di alcune funzioni ministeriali al servizio dell’edificazione del popolo di Dio, dato ad arricchimento della fondamentale identità battesimale. L’esortazione post- sinodale “Pastores dabo vobis” è molto chiara in proposito: “Mediante la consacrazione sacramentale, il sacerdote è configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della Chiesa e riceve in dono un ‘potere spirituale ’ che è partecipazione all’autorità con la quale Gesù Cristo mediante il suo Spirito guida la Chiesa” (n. 21). Del resto, già il Concilio Vaticano II era stato esplicito in proposito: “(I presbiteri) – che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante l’ordinazione – vengono elevati alla condizione di strumenti vivi in Cristo eterno Sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera” (PO 12).Perciò “il presbitero partecipa alla consacrazione e alla missione di Cristo in modo specifico e autorevole, ossia mediante il sacramento dell’Ordine, in virtù del quale è configurato nel suo essere a Gesù Cristo Capo e Pastore e condivide la missione di ‘annunciare ai poveri un lieto messaggio ’ nel nome e nella persona di Cristo stesso” (PdV 18). E ancora: “La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell’essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione/unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero” (ivi 16). Perciò il Catechismo della Chiesa Cattolica può ben affermare: “Come nel caso del Battesimo e della Confermazione, questa partecipazione alla funzione di Cristo è accordata una volte per tutte. Il sacramento dell’Ordine conferisce, anch’esso un carattere spirituale indelebile e non può essere ripetuto né essere conferito per un tempo limitato” (n. 1582).

L’altra tesi afferma che l’effetto dell’ordinazione è una semplice abilitazione ministeriale, accompagnata da una grazia per l’esercizio dei compiti relativi e non una qualificazione ontologica.

Nella concreta prassi pastorale e di formazione del clero perdurano queste due concezioni del clero:

- “Da una parte una concezione sociale – funzionale che definisce l’essenza del sacerdozio con il concetto di ‘servizio ’: il servizio alla comunità, nell’espletamento di una funzione…

- Dall’altra, vi è la concezione sacramentale – ontologica, che naturalmente non nega il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministro, e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento” (J. Ratzinger, Ministro e vita del sacerdote, Brescia 2005, p. 165).

Anche lo slittamento terminologico della parola “sacerdozio” a quelle di “servizio, ministro, incarico”, è segno di tale differente concezione. Alla prima, poi, quella ontologica – sacramentale, è legato il primato dell’Eucaristia, nel binomio “sacerdozio – sacrificio”, mentre alla seconda corrisponderebbe il primato della parola e del servizio dell’annuncio.

Non si tratta, però, di due concezioni contrapposte, e la tensione che pur esiste tra di esse va risolta dall’interno

Nel Decreto Presbyterorum ordinis del Concilio Vaticano II si afferma: “E’ proprio per mezzo dell’annuncio apostolico del Vangelo che il popolo di Dio viene convocato e adunato, in modo che tutti…possono offrire se stessi come ‘ostia viva, santa, accettabile da Dio” (Rm 12,1), ed è proprio attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto nell’unire al sacrificio di Cristo, unico mediatore (attraverso il rito sacrificale dell’Eucaristia). Questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell’Eucaristia in modo incruento e sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore” (2).

Ma allora “che cosa significa propriamente, per i sacerdoti, evangelizzare? In che consiste il cosiddetto primato dell’annuncio”?

Gesù parla di convertirsi al Vangelo, annuncia il regno di Dio presente là dove Dio è amato e il suo amore ci raggiunge, come del vero scopo della sua venuta nel mondo e il suo annuncio non è solo un “discorso”. Include nel medesimo tempo la sua presenza nella via incarnata nei volti umani dei suoi guidati dai sacerdoti, i segni e i miracoli che compie e che indicano che il Suo Regno cioè l’amore di Dio che ci raggiunge viene nel mondo come realtà presente, che coincide ultimamente con la sua stessa persona. In questo senso, è doveroso ricordare che, anche nel primato dell’annuncio, parola e segno sono indissociabili. La predicazione cristiana non proclama “parole”, ma la Parola, il Logos – Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Gesù Cristo, ontologicamente aperta alla relazione trinitaria con il Padre ed obbediente alla sua volontà nello Spirito Santo. Quindi un autentico servizio della Parola richiede da parte del sacerdote nel suo essere che tenda ad una approfondita abnegazione di sé, sino a dire esistenzialmente con l’Apostolo e con gioia: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” ontologicamente, nel mio essere e per sempre dal giorno dell’ordinazione. Il presbitero non può mai considerarsi “padrone” della Parola proponendola con proprie dottrine private,ma servo di una Parola il cui soggetto in continuità o Tradizione è il popolo di Dio cioè la Chiesa. Il presbitero non è la parola ma “voce” della Parola: “Voce di uno grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1,3). Ora, essere “voce” della Parola, non costituisce per il sacerdote un mero aspetto funzionale. Al contrario, nel suo essere dal sacramento e preesistente nel suo esistere, presuppone un sostanziale “perdersi” in Cristo cioè nel Suo Corpo che è la Chiesa, partecipando al suo mistero di morte e di risurrezione liberamente cioè per amore con tutto il proprio io: intelligenza, volontà e offerta dei propri corpi, come sacrificio vivente (Rm 12, 1 – 2). Solo la partecipazione al sacrificio di Cristo, alla sua chénosi, rende autentico l’Annuncio! E questo è il cammino che ogni sacerdote non può non percorrere con Cristo per giungere felice, realizzato, a dire al Padre insieme a Cristo: si compia “non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). L’annuncio, allora, comporta sempre anche esistenzialmente il sacrificio di sé, condizione perché l’annuncio sia autentico ed efficace.

Il Santo Curato d’Ars ripeteva spesso con le lacrime agli occhi: “come è spaventoso essere prete!”. Ed aggiungeva: “Come è da compiangere un prete quando celebra la Messa come un fatto ordinario! Come è sventurato un prete senza vita interiore!”. “Tocca all’Anno sacerdotale – ha concluso Benedetto XVI – condurre tutti i sacerdoti ad immedesimarsi totalmente con Gesù Crocifisso e Risorto, perché ad imitazione di san Giovanni Battista, siano pronti a “diminuire” perché Lui cresca; perché, seguendo l’esempio del Curato d’Ars, avvertano in maniera costante e profonda la responsabilità della loro missione, che è segno e presenza dell’infinita misericordia di Dio (impossibile senza il senso del peccato). Affidiamo alla Madonna, Madre della Chiesa, l’Anno sacerdotale appena iniziato e tutti i sacerdoti del mondo”.

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