lunedì 27 luglio 2009

Dio

Dio non è una realtà a noi inaccessibile, ma è vicino

“Nella mia recente Enciclica ho tentato di mostrare la priorità di Dio sia nella vita personale che anche nella vita, nella storia e nella società del mondo. Certamente la relazione con Dio è una cosa profondamente personale, e la persona è un essere in relazione e se la relazione fondamentale, la relazione con Dio non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta.

Ma questo vale anche per la società, per l’umanità come tale, anche qui se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni, per trovare la strada, l’orientamento dove andare. Dio! Dobbiamo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente.

Ma Dio, come conoscerlo? Nelle visite ad limina parlo sempre delle religioni tradizionali con i Vescovi soprattutto africani, ma anche dell’Asia e dell’America latina, dove ci sono ancora queste religioni. Sono molti i dettagli abbastanza diversi, naturalmente, ma ci sono anche elementi comuni. Tutti sanno che c’è Dio, un solo Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non sono Dio, che c’è Dio, il Dio. Ma nello stesso tempo questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non conosciamo il suo volto. E così la religione in gran parte si occupa di cose come i poteri più vicini, gli spiriti, gli antenati, ecc, perché Dio stesso è troppo lontano e quindi ci si deve arrangiare con questi poteri vicini. E ‘l’evangelizzazione consiste proprio nel fatto che il Dio lontano si avvicina. Che Dio non è più lontano ma è vicino. Che questo conosciuto – sconosciuto adesso realmente si fa conoscere, mostra il suo volto, si rivela, il velo sul volto scompare. E perciò Dio stesso adesso è vicino, lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro mondo, non c’è più bisogno di arrangiarsi con questi altri poteri perché lui è il potere vero, è l’Onnipotente…è vero che ci sentiamo un po’ quasi minacciati dall’onnipotenza, sembra limitare la nostra libertà, sembra un peso troppo forte, ma dobbiamo imparare (poiché il vertice della potenza di Dio è la misericordia e il perdono) che l’onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché Dio è il bene, è la verità e perciò Dio può tutto ma non può agire contro il bene, non può agire contro la verità, non può agire contro l’amore e contro la libertà, perché egli stesso è il bene, è l’amore e la vera libertà e perciò tutto ciò che fa non può mai essere in contrasto con verità, amore e libertà E’ vero il contrario: Egli è il custode della nostra libertà, dell’amore, della verità. Questo occhio che ci vede non è un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza che è bene essere è bene vivere. E’ l’occhio dell’amore che ci dà l’aria di vivere” (Benedetto XVI, Omelia per i vesperi nella Cattedrale di Aosta, 24 luglio 2009).

Benedetto XVI nel ricordo di sant’Anselmo, pur denotando un’acuta capacità critica in rapporto alla crisi profonda in cui il cristianesimo si trova proprio nella sua originaria diffusione cioè in Europa, testimonia una volontà costruttiva per far cogliere la “Verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo” invitando sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana fin dall’Antico Testamento. Di fronte alla pretesa di una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità astorica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è oggi da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia.

Ben prima della nascita di Cristo la critica dei miti religiosi compiuta dalla filosofia greca – critica che può definirsi come l’illuminismo filosofico dell’antichità – ha trovato un corrispettivo nella critica agli dei falsi condotta dai profeti di Israele (in particolare il Deutero – Isaia) in nome del monoteismo javistico, e poi l’incontro tra fede giudaica e filosofia greca dei “Settanta”, che è più di una semplice traduzione e rappresenta , come ha affermato Benedetto XVI a Regensbur, “uno specifico importante passo della storia della rivelazione”.

Pertanto l’affermazione “In principio era il Logos”, con cui inizia il prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce “la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi”.

Nella stessa linea si è mossa la patristica, come emerge dalla frase audace di Tertulliano “Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine” e della netta scelta di S:Agostino che, rifacendosi alle tre forme di religione individuate dall’autore pagano Terenzio Marrone, colloca il cristianesimo nell’ambito della “teologia fisica”, cioè della razionalità filosofica, e non in quello della “teologia mitica dei poeti, o della “teologia civile” degli stati e dei politici.

Il cristianesimo si qualifica pertanto come “religione vera”, a differenza delle religioni pagane, ormai prive di verità agli occhi della stessa razionalità precristiana, e realizza rispetto alle religioni pagane una grande opera di “demitizzazione”.

Un cammino di questo genere era già iniziato nel giudaismo, ma rimaneva la difficoltà del legame speciale tra l’unico Dio creatore universale e il solo popolo giudaico, legame superato dal cristianesimo, nel quale l’unico Dio si pone come salvatore, senza discriminazioni, di tutti i popoli.

In questo senso, l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero filosofico greco non è stato un semplice caso, ma la concretizzazione storica del rapporto tra rivelazione e razionalità. E proprio questo è anche uno dei motivi fondamentali della forza di penetrazione del cristianesimo, amico dell’intelligenza, nel mondo ellenistico – romano.

Ma c’è anche una novità radicale e una diversità profonda della rivelazione biblica rispetto alal razionalità greca, e ciò anzitutto riguardo al tema centrale sulla Verità salvifica di Gesù Cristo, che è chiaramente Dio.

J. Ratzinger mette grande impegno nel mostrare l’esame dei testi biblici, dal racconto del roveto ardente di Esodo 3 fino alla formula “Io sono” che Gesù applica a se stesso nel Vangelo di Giovanni cioè l’unico Dio dell’Antico e del Nuovo testamento è l’Essere che esiste da se stesso e in eterno, tutto in atto, fondamento dell’atto d’essere di ogni ente che viene all’esistenza, ricercato dai filosofi, come argomenta in Introduzione al Cristianesimo, pp. 79 – 97.

Ma egli sottolinea con uguale forza che questo Dio supera radicalmente ciò che i filosofi erano giunti ad argomentare di Lui.

- In primo luogo, infatti, Dio è nettamente distinto dalla natura, dal mondo, dall’universo che Egli ha liberamente creato: solo così la “fisica” e la “metafisica” giungono a una chiara distinzione l’una dall’altra.

- E soprattutto questo Dio non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui sarebbe inutile rivolgersi nella preghiera, come ritenevano i filosofi. Al contrario, il Dio biblico ama ogni uomo e per questo entra storicamente nella nostra storia, dà vita ad una autentica storia d’amore con Israel, suo popolo, e poi, in Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza ad ogni uomo singolo e all’intera umanità ma la conduce all’estremo, al punto di “rivolgersi contro se stesso” lasciandosi uccidere nella croce del proprio Figlio, per rialzare ogni uomo e salvarlo, e di chiamare l’uomo a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucaristia, una luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la vocazione al progresso e la via verso il futuro.

In questo modo il Dio che, secondo ragione, è l’Essere e il Verbo del Padre nello Spirito Santo è anche identicamente l’Agape, l’Amore originario e la misura dell’amore autentico, che proprio per amore ha creato liberamente l’universo e l’uomo. Più precisamente, questo amore è del tutto disinteressato, libero, gratuito. Dio infatti crea liberamente l’universo dal nulla (solo con la libertà della creazione diventa piena e definitiva la distinzione tra Dio e il mondo, tra la fisica e la metafisica) e liberamente, per la sua misericordia senza limiti, salva l’umanità peccatrice. Il vertice della potenza di Dio è la misericordia e il perdono. Nel nostro concetto mondiale di oggi del potere pensiamo che ha il potere chi ha grandi proprietà; in economia è chi ha qualcosa da dire, che dispone di capitali per influire sul mondo del mercato, pensiamo che ha il potere chi dispone del potere militare, che può minacciare, chi può essere pericoloso, chi può distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo. Ma la Rivelazione ci dice che non è realmente così. Il vero potere è il potere di grazia e di misericordia. Nella misericordia Dio dimostra il vero potere. Dio ha redento il mondo con la passione del Suo Figlio. Dio ha sofferto e nel Figlio soffre con noi e questo è l’ultimo apice del suo potere: che è capace di soffrire con noi. Così dimostra il vero potere divino. Voleva soffrire con noi e per noi e nelle nostre sofferenze non ci ha mai la sciati e non ci lascia mai soli. Dio nel sul Figlio ha sofferto ed è vicino a noi nelle nostre sofferenze. Ma perché era necessario soffrire per salvare il mondo? Era necessario? Perché nel mondo esiste un oceano di male, di ingiustizia, di odio, di violenza, e le tante vittime dell’odio, dell’ingiustizia, hanno diritto che sia fatta giustizia. Dio non può ignorare questo grido dei sofferenti, che sono oppressi dall’ingiustizia. Perdonare non è ignorare ma trasformare. E Dio deve entrare in questo mondo per salvare senza costringere (un rapporto costretto tra la creatura e Dio non è più un rapporto di amore, come richiede Dio che è amore) e opporre all’oceano dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e dell’amore. E’ questo l’avvenimento della Croce che da quel momento è andato contro l’oceano del male, Esiste un fiume infinito e perciò sempre più grande di tutte le ingiustizie del mondo. Un fiume di bontà, di verità, di amore. Così Dio perdona trasformando il mondo ed entrando nel nostro mondo perché ci sia realmente una forza, un fiume di bene più grande di tutto il male che possa mai esistere. E così l’indirizzo a Dio diventa un indirizzo a noi, cioè questo Dio ci invita a metterci dalla sua parte, a uscire dall’oceano del male, dell’odio, della violenza, dell’egoismo e di identificarci, di entrare nel fiume del suo amore cioè del Suo Regno.

Così la fede biblica riconcilia tra di loro quelle due dimensioni della religione che prima erano separate l’una dall’altra, cioè il Dio eterno di cui parlavano i filosofi e il bisogno di salvezza che l’uomo porta dentro di sé e che le religioni pagane tentavano in qualche modo di soddisfare.

Il Dio della fede cristiana è dunque sì l’Essere Assoluto, Onnipotente, tutto in Atto, il Dio della metafisica, ma è anche identicamente, il Dio della storia, il Dio cioè che entra nella storia, nel più intimo rapporto con ciascuno di noi e con tutta l’umanità, anzi attraverso una liturgia cosmica anche il cosmo diventerà un’ostia vivente. “Preghiamo il Signore – ha concluso Benedetto XVI – perché ci aiuti ad essere sacerdoti in questo senso, ad aiutare nella trasformazione del mondo in adorazione di Dio, cominciando da noi stessi. Che la nostra vita parli di Dio, che la nostra vita sia realmente una liturgia, annuncio di Dio, porta attraverso la quale Dio lontano diventa vicino e realmente dono di noi stessi a Dio”.

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