lunedì 15 giugno 2009

Sacerdoti ed Eucaristia

Da sacerdoti essere, divenire, Eucaristia per la salvezza del mondo!

“Mi rivolgo particolarmente a voi, cari sacerdoti, che Cristo ha scelto perché insieme a Luipossiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo. Solo dall’unione con Gesù potete trarre quella fecondità spirituale che è generatrice di speranza nel vostro ministero pastorale. Ricorda san Leone Magno che “la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo” (Sermo 12,De Passione 3,7,Pl 54). Sequesto è vero per ogni cristiano, lo è a maggior ragione per noi sacerdoti.

Essere, divenire Eucaristia! Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché nell’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza. Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri di Cristo e testimoni della sua gioia. E’ ciò che i fedeli attendono dal sacerdote: l’esempio di una autentica devozione per l’Eucaristia; amano vederlo trascorrere lunghe pause dinnanzi a Gesù come faceva il santo Curato d’Ars, che ricorderemo in modo particolare durante l’ormai imminente Anno Sacerdotale” ( Benedetto XVI, Omelia del Corpus Domini, 11 giugno 2009).

Con la Parola e l’Eucaristia Dio ci plasma progressivamente come suo popolo, corpo di Cristocioè Chiesa

“Questo è il mio corpo, queste è il mio sangue”: queste parole, che Gesù pronunciò nell’Ultima Cena,vengono ripetute, insieme all’invocazione dello Spirito del Risorto, ogni volta che si riattualizza l’atto scarificale della Croce cioè la Messa e quindi si rinnova il Sacrificio eucaristico. Esse ci conducono idealmente nel Cenacolo, ci fanno rivivere il clima spirituale, sacramentalmente reale, di quella notte quando, celebrando la Pasqua con i suoi, il Signore nel mistero cioè nel sacramento anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce. L’istituzione dell’Eucaristia ci appare così come anticipazione e accettazione da parte di Gesù del donare la vita lasciandosi uccidere in Croce, trasformandolo così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita da risorti, ci libera dal peccato e ci salva. Scrive in proposito sant’Efrem Siro: “Durante la cena Gesù immolò se stesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri” (Inno sulla crocifissione, 3,1).

“Questo è il mio sangue”. Chiaro il riferimento al linguaggio sacrificale di Israele. Gesù, però, presenta se stesso come il vero e definitivo sacrificio, nel quale si realizza l’espiazione dei peccati che, nei riti simbolici dell’Antico Testamento, non era mai stata totalmente compiuta. A questa espressione ne seguono altre due molto significative. Innanzitutto, Gesù Cristo dice che il suo sangue cioè la sua vita “è versato per molti” con un comprensibile riferimento ai canti del Servo di Dio, che si trovano nel libro di Isaia (cap. 55). Conl’aggiunta – sangue dell’alleanza” -, Gesù rende inoltre manifesto che, grazie alla sua morte, si realizza la profezia della nuova alleanza fondata sulla fedeltà e sull’amore infinito del Figlio fattosi uomo, una alleanza perciò più forte di tutti i peccati dell’umanità per cui nel percorso di ogni vita mai il male definisce chi lo commette: fino al termine resta la possibilità di riconoscerlo, pentirsi, lasciarsi perdonare, ricominciare di nuovo e questo è Vangelo. Si tratta di un grande mistero, certamente il mistero dell’unica nostra salvezza, che trova nella risurrezione cioè nella presenza ecclesiale continua del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza affidabile. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta ed intima unione con Dio, che è davvero per tutti e per tutto più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena, istituendo sia il rito sacrificale della Messa e sia chi poteva farlo agendo in sua persona, egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. L’antica alleanza era stata sancita sul Sinai come anticipo significativo con un rito sacrificale di animali e il popolo eletto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, aveva promesso di eseguire tutti i comandamenti dati dal Signore (Es 24,3). In verità, Israele sin da subito, con la costruzione del vitello d’oro, si mostrò incapace di mantenersi fedele a questa promessa e così al patto intervenuto, che anzi in seguito trasgredì molto spesso, adattando al suo cuore di pietra la Legge che avrebbe dovuto rendergli evidente la via della vita scritta nel suo cuore. Ma il Signore, però, mai venne meno alla sua promessa e, attraverso i profeti, tenta e ritenta, come fa nel percorso di ogni io umano, di richiamare, far rivivere la dimensione misericordiosa dell’alleanza, ed annunciò che ne avrebbe scritta una nuova nei cuori dei suoi fedeli ( Ger 31,33), trasformandoli, ricreandoli con il dono dello Spirito (Ez 36, 25 – 27) dono del Risorto che è una esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie continuamente le catene del peccato e della morte, inaugurando una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge continuamente un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. E fu durante l’Ultima Cena, istituendo il rito sacrificale e il sacerdozio ministeriale, che strinse con i suoi discepoli e con tutta l’umanità questa nuova alleanza, confermandola non con sacrifici dianimali come avveniva in passato, bensì con il dono della propria vita in Croce, con il proprio sangue, divenuto “sangue della nuova alleanza” che trasforma, fa rinascere nella nuova vita: il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento: “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fin dal Battesimo di morte e di risurrezione, la formula del rito scarificale del Risorto dentro il tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale di ogni Domenica. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nell’incontro con Lui almeno ogni Domenica perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo (epiclesi) opera nel pane e nel vino e in chi si ciba rendendoli corpo di Cristo cioè Chiesa: divenire eucaristia cioè donne e uomini nuovi per poter essere veri testimoni della vita da risorti e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in quelle comunità particolari di uomini, in quei territori parrocchiali entro i quali viviamo.

Gesù è mediatore di una alleanza nuova. Lo è diventato grazie al suo sangue cioè grazie al dono di se stesso, vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote istituendo il rito sacrificale cioè la Messa dove continuamente offre se stesso, sotto l’impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l’intera umanità. Il rito scarificale dell’Eucaristia riattualizzando e rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio e tra di noi.

Per sapere, pensare e quindi vedere, credere a grande mistero occorre l’ascolto della Parola di Dio nella preghiera e scrutando le Scritture, specialmente con la pratica della lectio divina, cioè della lettura meditata e adorante della Bibbia con cui Dio, anche in una pluralità di culture, plasma progressivamente come “suo” popolo, come l’unico suo Corpo chi abitualmente partecipa alla duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. “Nutriti di Cristo, noi (della Diocesi di Roma) – ha affermato Benedetto XVI –suoi discepoli, riceviamo la missione di essere “l’anima” di questa nostra città, fermento di rinnovamento, pane “spezzato” per tutti, soprattutto per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. Diventiamo testimoni del suo amore”.

Non bisogna dare per scontata la fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia

“C’è oggi il rischio - ha osservato Benedetto XVI - di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E’ sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene”.

E ai partecipanti della Plenaria della Congregazione per il Clero il 16 marzo 2009 Benedetto XVI ha detto: “La consapevolezza dei radicali cambiamenti sociali degli ultimi decenni deve muovere le migliori energie ecclesiali a curare la formazione dei candidati al ministero”.

Gli ha fatto eco Monsignor Bruguès, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica e vicepresidente della pontificia opera delle vocazioni sacerdotali e membro della commissione per la formazione dei candidati al sacerdozio, in una relazione ai rettori convenuti a Roma. “La secolarizzazionerappresenta un processo storico molto antico, poiché è nato in Francia a metà del secolo XVIII, prima di estendersi all’insieme delle società moderne. Tuttavia la secolarizzazione della società varia molto da un paese all’altro. In Francia e Belgio, per esempio, essa tende a bandire i segni della appartenenza religiosa alla sfera pubblica e a riportare la fede nella sfera privata. Si osserva la stessa tendenza, ma meno forte, in Spagna, in Portogallo e in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, invece, la secolarizzazione si armonizza facilmente con l’espressione pubblica delle convinzioni religiose…Da una decina d’anni a questa parte è emerso tra gli specialisti un dibattito molto interessante. Sembrava, fino ad allora, che si dovesse dare per scontato che la secolarizzazione all’europea costituisse la regola e il modello, mentre quella di tipo americano costituisse l’eccezione. Ora invece sono numerosi coloro i quali – Jurgen Habermas per esempio – pensano che è vero l’opposto e che anche nell’Europa post – moderna le religioni svolgeranno un nuovo ruolo sociale”.

Ricominciare dal Catechismo

“Qualunque sia la forma che ha assunto – ha proseguito il Segretario della Congregazione per l’educazione cattolica -, la secolarizzazione ha provocato nei nostri paesi un crollo della cultura cristiana. I giovani che si presentano nei nostri seminari non conoscono più niente o quasi della dottrina cattolica, della storia della Chiesa e dei suoi costumi. Questa in cultura generalizzata ci obbliga a effettuare delle revisioni importanti nella pratica seguita fino ad ora. Ne menziono due.

- Per prima cosa, mi sembra indispensabile prevedere per questi giovani un periodo – un anno o più – di formazione iniziale, di “recupero”, di tipo catechetico e culturale al tempo stesso. I programmi possono essere concepiti in modo diverso, in funzione dei bisogni specifici di ciascun paese. Personalmente penso ad un intero anno dedicato all’assimilazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che si presenta come un compendio molto completo.

- In secondo luogo occorrerebbe rivedere i nostri programmi di formazione. I giovani che entrano in seminario sanno di non sapere. Sono umili e desiderosi di assimilare il messaggio della Chiesa. Si può lavorare con loro veramente bene. La loro mancanza di cultura ha questo di positivo: non si portano più dietro i pregiudizi negativi dei loro fratelli maggiori. E’ una fortuna. Ci troviamo quindi a costruire su una “tabula rasa”. Ecco perché sono a favore di una formazione teologica sintetica, organica e che punta all’essenziale. Questo implica, da parte degli insegnanti e dei formatori, la rinuncia a una formazione iniziale contrassegnata da uno spirito critico – come era stato il caso della mia generazione, per la quale la scoperta della Bibbia e della dottrina è stata contaminata da uno spirito di critica sistematico – e alla tentazione di una specializzazione troppo precoce: precisamente perché manca a questi giovani il background culturale necessario”.

Due generazioni, due modelli di Chiesa

“L’impatto con la secolarizzazione delle nostre società ha trasformato profondamente le nostre Chiese. Potremmo avanzare l’ipotesi che siamo passati da una Chiesa di “appartenenza”, nella quale la fede era data dal gruppo di nascita, a una Chiesa di “convinzione”, in cui la fede si definisce come una scelta personale e coraggiosa, spesso in opposizione al gruppo di origine…I nostri seminaristi, come i nostri giovani sacerdoti, appartengono anch’essi a questa Chiesa di “convinzione”. Non vengono più dalle campagne, quanto piuttosto dalle città, soprattutto dalle città universitarie. Sono cresciuti spesso in famiglie divise o “scoppiate”, il che lascia in loro tracce di ferite e, talvolta, una sorta d’immaturità affettiva. L’ambiente sociale di appartenenza non li sostiene più: hanno scelto di essere sacerdoti per convinzione e hanno rinunciato, per questo fatto, ad ogni ambizione . A questo titolo, hanno diritto a tutta la nostra stima. La difficoltà sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione supera dunque la cornice di un semplice conflitto generazionale. La mia generazione, insisto, ha identificato l’apertura al mondo col convertirsi alla secolarizzazione, nei confronti della quale ha esperimentato un certo fascino. I più giovani, invece, sono sì nati nella secolarizzazione, che rappresenta il loro ambiente naturale, e l’hanno assimilata con il latte della nutrice: ma cercano innanzitutto di prendere le distanze da essa, e rivendicano la loro identità e le loro differenze”.

Accomodamento col mondo o contestazione?

“Esiste ormai nelle Chiese europee, e forse anche nella Chiesa americana, una linea di divisione, talora di frattura, tra una corrente di “composizione” e una corrente di “contestazione”.

- La prima ci porta a osservare che esistono nella secolarizzazione dei valori a forte matrice cristiana, come l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, la responsabilità, e che deve essere possibile venire a patti con tale corrente e individuare dei campi di cooperazione.

- La seconda corrente, al contrario, invita a prendere le distanze. Ritiene che le differenze o le opposizioni, soprattutto nel campo etico, diventerebbero sempre più marcate. Propone dunque un modello alternativo al modello dominante, e accetta di sostenere il ruolo di una minoranza contestatrice.

La prima corrente è risultata predominante nel dopo concilio; ha fornito la matrice ideologica delle interpretazioni del Vaticano II che si sono imposte alla fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo. Le cose si sono invertite a partire dagli anni Ottanta, soprattutto – ma non esclusivamente – sotto l’influenza di Giovanni Paolo II. La corrente della “composizione” è invecchiata, ma i suoi adepti detengono ancora delle posizioni chiave nella Chiesa. La corrente del modello alternativo si è rinforzata considerevolmente, ma non è ancora diventata dominante: Così si spiegherebbero le tensioni del momento in numerose Chiese del nostro continente”.

La università cattoliche oggi si distribuiscono secondo questa linea di divisione e lo stesso nei riguardi della fisionomia tipica di coloro che bussano alla porta dei seminari e delle case religiose.

“I candidati della prima tendenza – sempre il Segretario –sono diventati sempre più rari, con grandedispiacere dei sacerdoti delle generazioni più anziane. I candidati della seconda tendenza sono diventati oggi più numerosi dei primi, ma esitano a varcare la soglia dei nostri seminari, perché spesso non vi trovano ciò che cercano. Essi sono portatori di una preoccupazione di identità ( con un certo disprezzo vengono qualificati come “identitari”): identità cristiana – in che cosa ci dobbiamo distinguere da coloro che non condividono la nostra fede? – e identità del sacerdote.. Come fare armonia tra gli educatori, che appartengono spesso alla prima corrente, e i giovani che si identificano con la seconda? Gli educatori continueranno ad aggrapparsi a criteri di ammissione e di selezione che risalgono ai loro tempi, ma non corrispondo più alle aspirazioni dei più giovani? Mi è stato raccontato il caso di un seminario francese nel quale le adorazioni del Santissimo Sacramento erano state bandite da una buona ventina d’anni, perché giudicate troppo devozionali: i nuovi seminaristi hanno dovuto battersi parecchi anni perché fossero ripristinate, mentre alcuni docenti hanno preferito dare le dimissioni davanti a ciò che giudicavano come un “ritorno al passato”; cedendo alle richieste dei più giovani, avevano l’impressione di rinnegare ciò per cui si erano battuti per tutta la vita”.

“Comprendo – ha concluso il Segretario nell’intervento ai Rettori dei Seminari – le difficoltà che incontrate nel vostro ministero di rettori di seminari. Più che il passaggio da una generazione ad un altra, dovete assicurare armoniosamente il passaggio da una interpretazione del Concilio Vaticano II ad un’altra, e forse da un modello ecclesiale ad un altro. La vostra posizione è delicata, ma è assolutamente essenziale per la Chiesa”.

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