lunedì 4 maggio 2009

Verità e carità

Adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo

“Adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. E’ quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza la carità sarebbe come ‘un cimbalo che tintinna’ (1 Cor 13,1) (Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Omelia ‘pro Eligendo Romano Pontifice’, 18 aprile 2005).

Su Il Foglio di venerdì 1 maggio 2009 c’è un’intervista di Cristina Uguccioni al cardinale Walter Kasper che scelse, quando fu ordinato vescovo di Rottenburg – Stoccarda in Germania, il motto “La verità nella carità” (Efesini 4,15). Nominato nel 2001 presidente del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, il cardinale spiega così la predilezione per queste parole: “L’espressione veritatem in caritate è una sorte di ponte fra i due incarichi che hanno segnato la mia vita ecclesiale: sono stato per 25 anni docente di Teologia dogmatica e in questo ruolo il mio principale compito era insegnare e spiegare la verità. In qualità di vescovo venivo chiamato a viverla, a farla e a darla nella carità, per edificare la chiesa che mi veniva affidata”. Nell’intervista si dichiara “pienamente d’accordo con le chiare e profonde parole del Santo Padre” per cui tanto più sacramentalmente ed esistenzialmente nella fede professata, celebrata, vissuta e pregata ci avviciniamo a Cristo, tanto più riusciamo a fare la verità nella carità.

Come accade e si rafforza l’amicizia, la comunione con la Persona viva, ecclesialmente presente per tutti e per tutto di Gesù Cristo? Come giungere a lasciarsi assimilare a Lui e ad avere in noi i suoi stessi sentimenti di mitezza e umiltà?
Un dialogo che meriti questo nome tra confessioni, religioni diverse, come tra chi crede e non crede – annota il cardinale – “non è un qualsiasi ‘small talk’ ma presuppone patner che abbiano una ferma posizione e convinzione: solo così possono avviare uno scambio sincero. D’altra parte un tale scambio esige, oltre all’esercizio intellettuale, una personale apertura e una comunicazione che, in ultima analisi, è una autocomunicazione. Così, in ogni dialogo, verità e carità sono inseparabili e ciò vale soprattutto nel dialogo ecumenico, che Papa Giovanni Paolo II ha definito uno “scambio non solo di idee, ma di doni”.
D’altra parte la verità della fede cristiana non è un sistema astratto, una decisione etica o una grande idea ma l’avvenimento dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo risorto, vivo, presente nella sua Chiesa che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva; quindi l’amicizia con Lui, come è avvenuto con gli Apostoli, è il fulcro e il fine della vita cristiana: essa è dono di ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito filiale per cui siamo trasformati in Lui, viviamo fraternamente, ecclesialmente in Lui e di Lui in tutti gli ambiti del nostro io accogliendolo, aprendo il cuore. Concretamente ciò significa che Lui ci viene incontro non solo attraverso una illuminazione interiore occasionata dalla riattualizzazione della sua Parola, del suo messaggio ma ci viene incontro Crocifisso risorto attraverso mediazioni “materiali” come i segni sacramentali, in particolare l’Eucaristia cioè la fede professata e celebrata per essere vissuta cogliendolo in volti umani molto “carnali” che possono colpirci per la bellezza, emozionarci per la sensibilità, suscitare ammirazione per le capacità, o rigetto e misericordia per le situazioni di peccato, di povertà, di miseria. Si tratta sempre di incontro personale con Lui cioè ingresso di Cristo in noi, tale da lasciarci assimilare a Lui, amarlo e far sì che il suo amore cioè il suo regno ci raggiunga. E così che l’amicizia nasce e può crescere, un cammino che non avrà mai fine perché solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E la sua amicizia, il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente vita”. Quante è importante l’avvenimento dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo nell’evangelizzazione, nell’educare alla fede, nel trasmettere umanità come appare dalla pagina paolina.
Gesù ai suoi discepoli di allora per assimilarli a Lui e nell’attualizzazione della Sua Parola a noi dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Mitezza e umiltà identificano lo stile della carità pastorale di Gesù Buon Pastore. E’ infatti con mitezza e umiltà che Lui vuole esprimere la verità senza costringere, e la verità è l’incontro con Lui stesso, il darsi definitivo del Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo, nell’incarnazione del Figlio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, autocomunicazione di Dio unico che è carità, è amore: questa è la verità fondamentale della nostra origine e della nostra destinazione, quindi della nostra esistenza. Tanto più ci avviciniamo a Cristo, tanto più viviamo in Lui e di Lui, tanto più si fa intima e profonda l’amicizia con Lui, tanto più verità e carità si fonderanno anche in noi. Si tratta di prendere sul serio la verità ma saperla applicare alla situazione concreta di ogni persona che si incontra, che abbiamo di fronte, saperla applicare con rispetto, senza pretese, con comprensione, compassione e misericordia, proprio come ha fatto e fa attraverso di noi Gesù Si tratta non di costringere ma di saper attendere che liberamente cioè per amore accolgano.

Il rapporto conflittuale tra credenti e non credenti spesso nasce dal fatto che per i cristiani la verità è l’incontro con la Persona di Gesù Cristo morto e risorto, con il quale avviene una relazione affettiva di amicizia, mentre i non credenti identificano il concetto di verità con un corpus di dottrine, di principi, di decisioni etiche.
Anche in Italia, nell’attuale contesto culturale, per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare la sensibilità per la verità e la disponibilità all’amore in tutta la sua bellezza l’amore pastorale è costretto a tanti “no” a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità, questi “no” sono piuttosto dei “sì” all’amore autentico, alla verità di ogni uomo come è creato da Dio. Pastoralmente, però, occorre far cogliere che ciò che la Chiesa offre e porta è un di più di umanità, è l’amore infinito e incondizionato di Dio per ogni uomo comunque ridotto, di un Dio che tenta e ritenta fino al momento terminale di salvare e donare felicità ed eternità. Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine, singolarmente e l’umanità nel suo insieme, non toglie niente ad ogni uomo, ma dà tutto. D’altra parte ogni sì, se è serio e sincero, implica un no a posizioni e scelte contrarie. Nelle promesse battesimali, che rinnoviamo a ogni vigilia pasquale, prima di dire sì a Dio Padre, a Dio Figlio che possiede un volto umano diciamo no a Satana, al male, al peccato. Così nella sua pastorale d’amore vero la Chiesa deve parlare con chiarezza, senza ambiguità ed è per questa ragione che è sempre stata osteggiata nel corso dei secoli: Cristo è segno di contraddizione e lo resterà sempre! Nell’amore pastorale, però, dobbiamo essere anche prudenti e attenti per non dare l’impressione sbagliata, quella di pretendere la riuscita quando invece la morale cristiana è una tensione, un tentare e ritentare con fiducia e speranza anche quando non si riesce: se trovati ancora a tentare nel momento terminale della vita, Lui porterà compimento ed è la fede che ci salva. Possiamo cadere tante volte ma il peccato non ci definisce perché Gesù odia il peccato ma non il peccatore: questa distinzione è fondamentale. Il perdono è il grande dono del Vangelo, ciò che caratterizza la religione cristiana e la distingue da tante altre. Sempre, tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, da Dio e dagli uomini. Perdonare significa: fino al momento terminale della vita rimane possibile rendersi conto del male, pentirsi, lasciarsi riconciliare, ricreare dall’incontro ecclesiale con Cristo e ricominciare. Questa è la gioiosa notizia che la Chiesa testimonia ed annuncia, questo è il grande “sì” alla verità come incontro con la Persona di Gesù Cristo di fronte a i tanti “no”. Paolo non esitò a rimproverare l’apostolo Pietro, ma decise di non mangiare le carni sacrificate agli idoli, che era lecito mangiarle, per non dare scandalo ai fratelli più deboli della fede.

Oggi chi sono i fratelli deboli nella fede che non bisogna scandalizzare?
Vi sono molti e diversi fedeli che possono essere definiti piccoli. I fedeli semplici, che pregano e vivono al meglio la loro vita cristiana quotidiana, ma che non hanno approfondite conoscenze bibliche di teologia e non possono e neanche devono sapere e comprendere tutte le fini distinzioni, le alte speculazioni, le controversie e talvolta le pure ipotesi che i teologi fanno. Per loro la certezza della fede completa della Chiesa offerta dal Catechismo della chiesa Cattolica e dal suo Compendio ne mostra tutta la chiarezza e a bellezza che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi! Non è né responsabile né rispettoso, nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, coinvolgerli in tali discussioni che li confondo e li allontanano dall’essere testimoni entusiasti ed entusiasmanti della loro fede.
Piccoli, in questa emergenza educativa, sono anche i giovani che non hanno incontrato adulti che abbiano saputo comunicare le ragioni adeguate per vivere. Con loro occorre anzitutto tanta vicinanza e pazienza. “E’ necessario – Kasper – aiutarli a crescere nella verità (dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo) usando carità, e quindi stando loro vicini ad uno ad uno, senza essere impazienti quando mostrano esitazioni o commettono errori: Soprattutto ritengo importante farli sentire accolti e amati, perché è di questo che hanno soprattutto bisogno. In questo senso hanno bisogno di essere compresi e guidati non soltanto con rimproveri, ma anche con la testimonianza vera. I giovani hanno sete di infinito e di assoluto, sono in cerca di adulti credibili, di scoprire qual è il senso della vita e cosa significa essere pienamente uomini; a questo sono desiderosi e siamo chiamati noi adulti: a far scoprire loro, con amore e pazienza, (l’incontro ecclesiale con la Persona di Gesù Cristo), questa persona che ogni cuore umano attende e di cui ha nostalgia”.

Per la nuova evangelizzazione sono necessari nuovi strumenti o un atteggiamento da testimoni entusiasti ed entusiasmanti della chiarezza e della bellezza della fede cattolica anche per la vita dell’uomo d’oggi?
Dopo tanti tentativi si è ormai convinti che non occorrono nuove strutture o nuovi strumenti. Urge invece un nuovo atteggiamento, un nuovo spirito missionario con i quali riproporre quale unico fondamento anche per la vita dell’uomo d’oggi l’incontro ecclesiale con la Persona di Gesù Cristo e il rapporto di amicizia con Lui. Da ciò deriveranno in seguito alla luce del Catechismo e del suo Compendio, ad esempio, nuove tipologie di catechesi non solo per i bambini e i giovani ma anche per gli adulti. Questo compito non riguarda solo il clero, ma anche i credenti laici perché si tratta di vera testimonianza: in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro. Emerge sempre più l’urgenza di rafforzare la propria fede diventando più coraggiosi, non aver paura di raccontare agli altri il senso, la luce, la gioia del proprio incontro con la Persona di Gesù Cristo, del nuovo orizzonte di vita che ne è derivato.
Per la nuova evangelizzazione deve stare a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità di poter condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia, la priorità suprema per la Chiesa. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è un tutt’uno con l’evangelizzazione. Il dialogo ecumenico e la missione, la nuova evangelizzazione sono come due gemelli. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino riavvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la Fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Il dialogo ecumenico, come ripeteva Giovanni Paolo II, non è solo scambio di idee ma scambio di doni fra comunità che hanno in comune Cristo. In questo senso anche le altre chiese o comunità cristiane hanno doni da offrirci, così come noi li abbiamo per loro. “Dopo il Concilio Vaticano II – Kasper -, ad esempio, noi cattolici abbiamo imparato molto dai protestanti in materia di esegesi biblica, così come dagli ortodossi, noi appartenenti al mondo occidentale – spesso troppo razionalista – possiamo imparare molto circa il mistero della fede. Questo scambio di doni consente ai cristiani di crescere insieme, affinché ciascuno possa avvicinarsi e unirsi sempre più a Cristo, come afferma Benedetto XVI. Tramite una tale unità, che man mano va crescendo, il messaggio cristiano missionario diventa più credibile per il mondo. Gesù ha pregato: perché siano tutti una cosa sola, affinché il mondo creda”.

L’indirizzo di Benedetto XVI è fare la verità nella carità: c’è oggi nei cattolici un’esame di coscienza per rimanere sempre autocritici e migliorare?
Fare la verità nella carità nelle singole situazioni concrete non è sempre facile: si può esagerare nel proclamare la verità, irrigidendosi a discapito della carità, cosicché la verità diventa troppo dura da accettare, e si può fraintendere la carità ed essere troppo tolleranti e indulgenti verso gli altri, a discapito della verità: la carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come un cimbalo che tintinna. Il rischio di commettere questi due errori lo corriamo tutti. Per questo è necessario vivere e operare all’interno di vissuti di comunione e non svolgere mai l’attività da soli. Insieme ci si corregge, si fa comunità cristiana e in ogni comunità cristiana c’è complementarietà: i doni degli uni sono a vantaggio e al servizio degli altri, come afferma anche Paolo, e così si cammina aiutandosi vicendevolmente nella tensione di coniugare verità e carità. Ma per poter veramente crescere in questa testimonianza occorre alimentare continuamente l’incontro con la Persona di Gesù Cristo crocefisso risorto in ascolto della Sua Parola, accostarsi ai sacramenti, a cominciare da quello della Riconciliazione e dell’Eucaristia.

Nel popolo cattolico c’è consapevolezza che le contrapposizioni tra cristiani, tanto più tra cattolici, mette in dubbio la loro evangelizzazione in un momento della storia in cui Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini, si spegne la luce proveniente da Lui e l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento ?
“Penso – Kasper – che molti cattolici non provino dolore per la divisione dei cristiani né abbiano compreso quanto essa sia scandalosa perché contraria alla volontà di Dio. Poiché la divisione perdura da secoli, molti la considerano un dato di fatto, qualcosa di immutabile con cui si può pacificamente convivere. Invece occorre rendersi conto che la divisione fra le chiese cristiane è profondamente contraria alla volontà divina, è un peccato. E di questo peccato non sono responsabili solo gli altri cristiani, ma spesso anche noi cattolici, perché la nostra vita cristiana ed ecclesiale non si dimostra abbastanza invitante e convincente per gli altri. Per giungere alla riconciliazione, all’unità che – lo ribadisco - è dono di Dio, occorrono preghiere, penitenza e conversione del cuore, da parte di tutti, perché la chiesa non è soltanto un’istituzione umana, la cui riconciliazione può essere paragonata alla fusione di due grandi imprese nel contesto della globalizzazione: la chiesa è il tempio dello Spirito e il corpo di Cristo segue dunque leggi spirituali. La sua unità non si può semplicemente fare o organizzare. Purtroppo, invece, oggi è convinzione diffusa che il dialogo ecumenico non riguardi i singoli fedeli ma sia affare delle gerarchie e implichi dispute accademiche che devono essere affrontate e risolte dai vetrici delle chiese. Se da un lato è vero che vi sono questioni teologiche da discutere ed è necessario affidarle a chi ne ha le competenze, dall’altro lato però è anche vero che il cuore dell’ecumenismo è la preghiera per l’unità, ed essa coinvolge ogni singolo fedele. Ecumenismo significa pregare con Gesù e in Gesù, fare propria la preghiera che lui rivolse al Padre alla vigilia della morte: ‘Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in té’. IL vero ecumenismo è spirituale: il Concilio Vaticano II, nel suo decreto sull’ecumenismo, dichiarò: ‘Questa conversione del cuore e questa santità di vita insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani devono essere considerate come l’anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale. Io stesso, prima di recarmi a un incontro ecumenico, specie se particolarmente delicato, chiedo ad altri, ad esempio a una comunità monastica, di pregare; e questa preghiera io la sento, ne avverto l’efficacia”.

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