lunedì 4 maggio 2009

Mondo

Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi

 

“Il mondo – nell’accezione giovannea del termine – non capisce il cristiano, non capisce i ministri del Vangelo. Un po’ perché di fatto non conosce Dio, e un po’ perché non vuole conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi…questo “mondo”, sempre nel senso evangelico, insidia anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli stessi ministri ordinati. Il “mondo” è una mentalità, una maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede costante vigilanza e purificazione. Finché Dio non si sarà pienamente manifestato, anche i suoi figli non sono ancora “simili a Lui” (1 Gv 3,2). Siamo “nel” mondo, e rischiamo di essere “del” mondo. E di fatto alle volte lo siamo. Per questo Gesù alla fine non ha pregato per il mondo, ma per i suoi discepoli, perché il Padre li custodisse dal maligno ed essi fossero liberi e diversi dal mondo, pur vivendo nel mondo (Gv 17,19.15) (Benedetto XVI, Omelia Ordinazioni Presbiterali, 3 maggio 2009).

 

Il “mondo” è una mentalità, una maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede costante vigilanza e purificazione

“Ascolta, Israele, il tuo Dio è l’unico Dio”: qui ogni parola è importante. Prima del fare c’è l’ascoltare, la percezione della realtà in tutti i fattori cioè la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza sul vero, sul bene, sulle utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana, su Gesù Cristo, la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro. Ogni uomo è un essere chiamato a rispondere. Per poter agire rettamente il nostro sguardo deve prima diventare puro e il nostro orecchio aperto.  Senza mantenere desta la sensibilità per la verità non ci può essere nessun agire corretto. Per questo mantenere desto l’originario desiderio della verità di ogni io umano cioè del vero, del bene, di Dio che possiede un volto umano cioè Gesù Cristo, la ricerca umile e disponibile di essa è il presupposto fondamentale di ogni morale. Dove di fatto non si conosce Dio, dove non si vuol conoscerlo nel volto umano di Gesù Cristo, il criterio dell’utilità  o del risultato lo si considera come criterio ultimo e prende il posto della verità, del bene, del vero e il mondo viene frantumato in tante parzialità: l’utilità, infatti, dipende sempre dal punto di vista del soggetto che agisce e questo non può creare  fraternità, tessuto sociale. Anche se la ricerca di ciò che è utile, di ciò che serve al progresso sociale, viene perseguita con buonissime intenzioni, una volta abbandonato il criterio della verità e di Dio, allora essa, anche inavvertitamente, innalza il potere come misura suprema dell’uomo, la filosofia, non sentendosi più capace del suo compito di mantenere desta la sensibilità per la ricerca della verità si degrada in positivismo, la teologia confinata nella sfera del privato e la ragione sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che  gli danno vita, si scompone e si frantuma avviando quel “mondo”, quella mentalità, quella maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina. Ciò richiede vigilanza e purificazione perché al di sopra del potere di ogni uomo  sta la verità cioè l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, il Dio che possiede un volto umano che dà alla vita un nuovo orizzonte e la direttrice sicura. La verità è e deve essere il limite e il criterio di ogni potere: solo così possiamo diventare liberi e buoni. Il fatto che prima di ogni nostro agire è necessario ricercare il vero, il bene, Dio e metterci in ascolto, significa che, al di sopra dei nostri progetti individuali e delle nostre intenzioni, sta la volontà di Dio.

Nella sua fase terrena Gesù ha continuamente ribadito il primato di Dio, il rimando a Dio della sua via umana alla Verità e alla Vita,ha pregato il Padre che custodisse i suoi dal maligno perché fossero liberi e diversi dal mondo, pur vivendo nel mondo (Gv 17,9.15).

Il primo comandamento è davvero il primo dei comandamenti: laddove l’uomo mette da parte Dio in nome di cose apparentemente più urgenti, per poter organizzare prima di tutto la felicità degli uomini, là egli, lungi dal diventare più libero di costruire in modo giusto il mondo, perde piuttosto il criterio, e finalmente arriva al punto di disprezzare l’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Solo chi guarda ogni uomo fin dal concepimento a partire da Dio, è capace di amare gli uomini e di rivendicare la centralità di ogni persona e della sua libertà.

Cosa vuol dire ricercare il regno di Dio presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge? L’uomo che si isola, che si considera solo individuo non persona cioè in relazione con Dio, con se stesso, con gli altri, che pretende di essere debitore solo a se stesso e che punta a diventare autore esclusivo della propria vita, non può né conoscere, né voler conoscere Dio e ascoltare i suoi  ministri, perché questo lo metterebbe in crisi.

“Ascolta, Israele”: per poter dunque ascoltare e accettare, dobbiamo abbandonare l’orgoglio dell’isolamento, diventare Israele, cioè entrare in quella storia realizzata da Dio e che continua nella Chiesa, parteciparvi con la nostra vita e così ricevere la grazia dell’ascolto di tutte le utili luci della storia. Se l’uomo vuole trovare Dio da solo, con una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a- storica, perde la sapienza della grandi tradizioni religiose, come potrebbe acquistare la certezza su di lui? Come potrebbe amare un dio qualsiasi da cui non riceve mai risposta? Dio possiede un volto umano ed è venuto incontro alla nostra ricerca che procede a tastoni. Nella comunità dei credenti, nella Chiesa attraverso la Sacra Scrittura egli in continuità parla a noi, “passeggia con noi” afferma il Patriarca di Costantinopoli Germano, ci interpella, vive tra noi. Saperlo pensarlo ci porta a vederlo e quindi a credere.

Quella mentalità, quel modo di pensare e di vivere pieno di saccenteria, quel “mondo” che oggi vorrebbe  gettare nel cestino della storia delle idee la sapienza delle grandi tradizioni religiose, soprattutto le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana, che pretende di collocarsi al di sopra della fede della Chiesa e della sua comunità di vita, sfocia inevitabilmente nell’indifferenza verso Dio e verso se stessi. Solo nella comunità, che Dio stesso ha costruito e che proviene dal suo amore, egli può essere riamato. Ne deriva perciò, come conseguenza naturale, che l’amore verso Dio ed essere raggiunti dal suo amore cioè dal suo regno non può mai essere affare privato tra me e qualcosa di misterioso e di eterno. La comunità che egli ha creato mi sostiene in ciò, e così questo amore ritorna di nuovo verso di lei e oltrepassa i suoi confini, poiché Dio vuol riunire tutti noi nell’unica città della pace senza fine.

 

IL Regno di Dio presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge esige l’uomo nella sua totalità

L’Antico Testamento , per sottolineare questo aspetto, parla di cuore, anima e forze come sedi dell’amore di Dio nell’uomo. Gesù ne aggiunge ancora una quarta: la mente, per accentuare che la ragione appartiene intimamente al nostro rapporto con Dio e al nostro amore verso di Lui. La fede non è mai una mera questione di sentimento, a cui ci dedicheremmo come ad una faccenda privata a fianco dei programmi concreti della nostra vita quotidiana, dal momento che finalmente ci sarebbe in ogni uomo anche il bisogno religioso; la fede è anche prima di tutto quell’ordine della ragione, senza cui essa perde il suo criterio e il giudizio sui suoi stessi scopi. Ogni persona umana realizza se stessa solamente nell’incontro con Cristo. Se siamo stati pensati e voluti nel Verbo incarnato, questi è la nostra intelligibilità, la nostra unica verità, il significato ultimo del nostro esserci, il tutto in rapporto al quale valutiamo e scegliamo ogni azione o moralità. Un grande teologo della Chiesa orientale, N. Cabasilas scrive: “mente e desiderio sono stati forgiati in funzione di Lui: per conoscere il Cristo abbiamo ricevuto il pensiero; per correre verso di Lui il desiderio, e la memoria per portarlo in noi”.

Sant’Ignazio di Antiochia, all’incirca nell’anno 107, mentre viaggiava verso Roma per ricevere il martirio, scrisse alla Chiesa di Roma, chiamandola “colei che presiede alla carità”. In tal modo egli ha voluto definire tutta la Chiesa e partire dall’Eucaristia, e nello stesso tempo ci ha dato la più bella definizione del papato che conosciamo. Con la sua espressione ha voluto dire che la Chiesa di Roma (sotto la guida del suo vescovo) è l’autorità determinante in ciò che costituisce l’essenza stessa del cristianesimo.

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