martedì 14 aprile 2009

In Cena Domini

E’ stato “oggi” che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue

“Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola “oggi”,sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. E’ stato “oggi” Che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo “oggi”. Il nostro oggi viene a contatto con il suo oggi di allora. Egli fa questo adesso. Con la parola “oggi”, la Liturgia della chiesa vuole indurci a porre grande attenzione interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha formulato” per una catechesi sulla fede eucaristica professata, pregata, celebrata e vissuta. ( Benedetto XVI, Omelia nella “Cena del Signore”, 9 aprile 2009).

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale e il Comandamento nuovo della carità lasciatoci da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel cenacolo, alla vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. “Il Signore Gesù – egli scrive, all’inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso – nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo “Questo è il calice della nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente come nelle apparizioni a Pietro, ai dodici, a Paolo, col suo corpo dato e con il suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta non solo ad un suo popolo ma a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale che consegna alla Sua Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri, struttura sacramentale dell’Ordine oltre il Battesimo, i suoi dodici discepoli e quanti proseguiranno lo stesso ministero nel corso dei secoli per il suo regno che si fa presente là dovunque Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge con il dono del Suo Spirito con una prassi di vita caratterizzata dall’amore fraternamente reciproco tra i battezzati, ancora di più tra gli ordinati, e dall’attenzione, dall’essere prossimi a tutti i poveri e sofferenti.

Nel racconto dell’istituzione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, della struttura sacramentale del Sacerdozio ministeriale, del Comandamento nuovo del suo amore che ci raggiunge, c’è un pronome relativo: qui pridie.
Questo “qui” aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “…diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. In questo modo, il racconto dell’istituzione è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole “rese grazie con la preghiera di benedizione”.

Rese grazie con la preghiera di benedizione
Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare in due termini eucharistìa ed eulogìa. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui benedetto e trasformato. La Liturgia romana ha ragione nell’interpretare il nostro pregare in questo momento sacro mediante le parole: “offriamo”, “supplichiamo”, “chiediamo di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto questo si nasconde nella parola “eucaristia”.

La Chiesa guarda alle mani e agli occhi del Signore
C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone Romano. La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole vederlo presente, osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire vederlo, sapendolo e pensandolo, attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani che ha lasciato, per amore, inchiodare alla Croce e che per sempre, risorto, porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire per liberaci in continuità dal peccato e da chi tenta di farci soccombere nella tentazione, liberarci soprattutto dalla morte. Ora, con la struttura sacramentale dell’Ordine che specifica la modalità con cui vivere per vocazione quella battesimale, siamo incaricati noi ministri di fare per il sacerdozio comune a tutti i fedeli, missionariamente per tutta la famiglia umana ciò che Egli ha fatto: prendere nelle sue mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione. Come ministri noi preghiamo il Signore che le nostre mani servano sempre più a portare salvezza e liberazione, a portare benedizione, a rendere presente la sua bontà e il suo amore cioè il suo regno che non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai: è èpresnete là dove Egli è amato e dove eucaristicamente il suo amore ci raggiunge.
Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17,1), il canone prende le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente….”.Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore, la nostra anima, il nostro io al Tu di alleanza personale con Dio. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose della fase terrena cioè dal concepimento fino al momento terminale della vita, ad orientarci nella preghiera verso l’origine e la destinazione della nostra vita di creature cioè verso Dio Creatore e Redentore e così risollevarci verso la vita veramente vita, la vita già partecipe fin dal Battesimo della risurrezione, partecipe della speranza veramente affidabile che penetra continuamente nella nostra fase terrena, la trasforma e la attira a sé. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire puri cioè senza idolatrie della fase terrena, pur importante come dono, i nostri occhi, affinché non accolgano e lascino entrare in noi, diventino schiavi di “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza di bene. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro io. Ma nella preghiera chiediamo soprattutto per avere, come finestre dell’anima, del cuore, dell’io, occhi desiderosi della verità del nostro e altrui essere dono dle Donatore divino, come di tutto il mondo che ci circonda e disponibili che il suo amore ci raggiunga cioè capaci di vedere la presenza di quel Dio che possiede un volto umano attraverso i volti dei suoi, che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Preghiamo affinché possiamo guardare il mondo con occhi di luce e di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi per incontraLo, con il dono del Suo Spirito, nella via umana alla Verità e alla Vita che è la Comunione ecclesiale e che sono in attesa di quella nostra parola che attualizza qui e ora la Sua e di quella nostra azione sacramentale che agisce nel rito eucaristico in Persona di Lui capo del suo Corpo che è la Chiesa.

Il Signore spezza il pane e lo distribuisce ai discepoli

Benedicendo, il Signore stesso, attraverso l’azione ministeriale del presbitero, spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa di ognuno dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita, per il desiderio della verità e per la disponibilità all’amore. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa una partecipazione divina, di amore divino alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il condividere si crea comunione fraterna, ecclesiale. Nel pane spezzato, il Signore attraverso il suo ministro, distribuisce se stesso rendendo figli nel Figlio e quindi fratelli. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche al farsi dono di amore fino a lasciarsi uccidere. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane per la vita del mondo” (Gv 6,51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno per cristificare da risorti tutta la fase terrena dalla nascita al momento terminale è la comunione con Dio che possiede un volto umano crocifisso e risorto, l’alleanza di ogni io e dell’umanità nel suo insieme con il Tu divino. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma la sostanza del pane nella sostanza di Lui crocifisso risorto, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, questa assimilazione a Lui per divenire sempre più figli nel Figlio è un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte e porta avanti una nuova dimensione della vita e della realtà iniziata con la risurrezione del Gesù di Nazaret, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente ogni momento della fase terrena, la trasforma e la attira progressivamente a sé, affinché diventi un mondo di risurrezione cioè un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono continuamente inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato.

L’intima natura dell’Eucaristia è agape, è amore reso corporeo
Spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola “agape” i significati di Eucaristia cioè desiderio di verità e disponibilità all’amore si compenetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare, uccidere come pane vivo per liberarci dal peccato, dal rischio di soccombere nella tentazione e dalla morte, con l’invito a lasciarci continuamente riconciliare con il Padre finché il peccato ritorna. Nel pane distribuito riconosciamo sacramentalmente nella modalità sostanziale il mistero cioè il divino . attraverso la via umana del chicco di grano, che muore e porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà sino alla fine del mondo cioè al compimento della storia della salvezza in cieli nuovi e terra nuova. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica cioè una fede solo ritualmente celebrata nell’orizzonte di una fede professata. E’ completa solo, se l’agape liturgica diventa amore cioè fede vissuta e pregata nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose distinte diventano un tutt’uno – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale, rituale e il culto dell’amore nei confronti non solo dei fratelli nella fede, ma anche nei confronti del prossimo cioè di ogni uomo che incontriamo comunque ridotto e che Dio ama fino al perdono.

Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino
Dopo questa catechesi non solo mistagocita cioè della fede professata e celebrata ma anche vissuta e pregata Benedetto XVI propone: “Chiediamo in quest’ora al Signore la grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo (e l’attirarlo a sé). Dopo il pane, Gesù prende il calice, che il Signore dà ai discepoli, come “praeclarus calix” (come calice glorioso), alludendo con ciò al salmo 23 (22), quel Salmo che parla di Dio come Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici…Il mio calice trabocca” . calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì. Il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è arrivata l’”ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione, (nell’amore) di Dio sino alla morte, (sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme).Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel canone della Chiesa, il mistero solenne cioè della realtà divino - umana delle nozze si cela sotto l’espressione “novum Testamentum”. Questo calice è il nuovo Testamento – “la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice in 1 Cor 11,25. Il canone Romano aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprimere l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità, (di Cristo con il Suo Corpo che è la Chiesa). Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due pari uguali, ma mero dono del suo amore. Egli superando ogni distanza, ci rende veramente “patner” (consanguinei) e si realizza il mistero nuziale dell’amore”: un ingresso di Cristo in noi, tale per cui siamo trasformati in Lui, viviamo in Lui e di Lui.
Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così in comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I pater diventano in qualche modo “fratelli della stessa carne e delle stesse ossa”. L’alleanza opera un’insieme di pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, oggi qui e ora? Dio, Il Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo che si è dato definitivamente a noi nell’incarnazione del Figlio, stabilisce con ogni singolo e con l’umanità nel suo insieme una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra sé e noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato per amore siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è il suo amore che ci raggiunge, nel quale la vita divina e quella umana sono divenute una cosa sola. “Preghiamo il Signore – ha concluso Benedetto XVI – affinché comprendiamo sempre più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi della sua pace e così anche in comunione gli uni e gli altri. Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel cenacolo, Cristo dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona, del suo io. Ma può farlo? E’ ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di fronte a loro? La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi toglie la vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo…” (Gv 10,18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera decisione. In quell’ora, (in quell’”oggi” del Cenacolo) anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là, in quell’oggi si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre (in ogni oggi della celebrazione eucaristica).Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pénetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici strumenti della tua pace. Amen”.

Nessun commento:

Posta un commento